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Tra furto e superstizione: la Maledizione di Pompei

Il giornalista Antonio Cangiano racconta il diffuso fenomeno di illecita sottrazione e successiva restituzione dei reperti pompeiani ad opera dei turisti provenienti da tutto il mondo, ignari della gravità dell’atto compiuto e della “maledizione di Pompei”

di Tiziana Pasciuto

 

“Egregi signori,
Sono venuta a Pompei ed ho raccolto un sasso per ricordo della visita. Tornata a casa, mi hanno detto che è vietato portare via dagli scavi anche solo un sassolino perché si dice che c’è una “maledizione”. Io sono superstiziosa. Vi prego di riportare indietro questo sasso vicino ai nuovi scavi dove l’ho preso. Vi ringrazio.
Distinti saluti
Una visitatrice”

Il testo sopracitato costituisce il contenuto di una delle numerosissime lettere che continuamente vengono recapitate a Pompei, accompagnate da allegati d’eccezione: a corredo di queste missive provenienti da tutto il mondo è possibile rinvenire tessere di mosaico, brandelli di ceramica, monete di bronzo e molto altro ancora. Frammenti di storia che, dopo essere stati sottratti dagli scavi da turisti vogliosi di portare a casa un souvenir personalizzato, unico e gratuito, fanno ritorno a Pompei accompagnati da lettere cariche di scuse e timore, redatte in tutte le lingue del mondo.

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Alla base di questo fenomeno di restituzione vi è la credenza che Pompei, la città distrutta nel 79 d.C. dalla furia del Vesuvio, punisca coloro che portano via una qualsiasi traccia della storia del luogo. Un gesto compiuto da migliaia di persone ogni giorno da molti anni, che comporta un continuo ed inevitabile depauperamento dell’area archeologica. Ma, a seguito dell’atto compiuto, qualcosa accade e le testimonianze dei turisti sono molto chiare: di ritorno dalla vacanza pompeiana, dei fenomeni spiacevoli e, a tratti, tragici, spingono i detentori dei reperti illecitamente sottratti a credere che la “jella” tanto chiacchierata e tramandata sulla città dei calchi abbia effettivamente un fondamento.

Ad una prima impressione, questa vicenda sembra convergere verso il lieto fine: l’atto illecito, punito dalla maledizione di Pompei, vera o falsa che sia, riporta a casa dei beni che altrimenti andrebbero perduti per sempre, adoperati per abbellire un comodino o nascosti in un portagioie come un tesoro. Tuttavia, il vero problema è che questi reperti ritornano a casa completamente decontestualizzati. Difatti, è assai difficile ricollocarli, dato che nelle lettere l’autore non descrive quasi mai con minuzia di particolari il luogo preciso dove è avvenuto il misfatto. Questi reperti, quindi, restano frammenti muti e svuotati della storia che portavano con sé dal 79 d.C.

 

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Antonio Cangiano ci accompagna in questo percorso che racconta la superstizione, nella sua antica e moderna accezione, e gli effetti che essa produce sugli oggetti e sulle persone che gravitano, per piacere o per lavoro, attorno all’area archeologica pompeiana. Il giornalista, dando voce a chi vive gli scavi ogni giorno, guida il lettore in una Pompei misteriosa, fornendo spunti di riflessione che potrebbero rallentare il continuo saccheggio turistico messo in opera sia nell’antica città che in moltissimi altri siti italiani ed esteri.

 

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