Incontri

Attorno ai nostri Beni Culturali: amarezze, mea culpa e prospettive

Si è tenuta martedì 19 febbraio, nella prestigiosa e decorata cornice di Palazzo Erbisti, la tavola rotonda Dialogo intorno ai Beni Culturali. Tutela, ricerca e partecipazione, organizzata dall’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona. L’occasione di confronto tra addetti ai lavori e cittadinanza si è sviluppata attorno agli stimoli offerti dalla pubblicazione, fresca di stampa, di Giuliano Volpe, Il Bene nostro. Un impegno per il patrimonio culturale1

di Nadia Pedot


Il libro di Volpe è un memoriale ibrido: metà eredità istituzionale fatta di atti e documenti, frutto del mandato quadriennale come Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e Paesaggistici (organo consultivo del Ministero a carattere tecnico-scientifico), e metà raccolta personale di articoli – in parte rivisti e ampliati – già apparsi sul blog o sui giornali. «Ho cercato di interpretare la mia carica in senso ‘militante’» – scrive Volpe – , e ci ha «messo la faccia» per «un dovere etico», girando in lungo e in largo il Paese per «contribuire a tenere vivo un confronto vivace» perché – e cita Gustav Mahler – la «tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco».

Accanto a Volpe si sono alternati Fabrizio Magani2, storico dell’arte e Soprintendente delle Provincie di Verona, Rovigo e Vicenza, Valerio Terraroli, ordinario di museologia e critica artistica e del restauro e direttore del Corso di Laurea in Beni Culturali presso l’Università di Verona, Massimiliano Valdonici, architetto, docente e coordinatore del corso di restauro dell’Accademia di Belle Arti di Verona, Andrea Brugnoli, storico, bibliotecario presso l’Università di Verona e membro dell’Accademia, coordinati da Patrizia Basso, docente di archeologia classica presso l’Università di Verona.

Se «il senso della conservazione, il senso del bello, il senso dell’arte sono insiti nel DNA del nostro popolo», gli esiti applicativi di riforme, della tutela e della valorizzazione del nostro patrimonio hanno avuto, a seconda delle stagioni e delle sensibilità, fortune alterne. È questa una constatazione, amara ma ormai cristallizzata, che trova sostegno sia nelle pagine di Volpe sia negli interventi veronesi, in cui i beni culturali appaiono centrali nella retorica del dibattito e marginali nelle fasi di trasformazione e nelle iniziative del potere legislativo. Una retorica che spesso si è arricchita del binomio patrimonio-petrolio e lì si è avviluppata. Eppure le figure professionali del settore sono aumentate e sono anche profondamente cambiate con la rivoluzione digitale, ma il sistema si è notevolmente precarizzato, il ricambio generazionale si è inceppato e la continuità qualitativa è a rischio se non in via di estinzione in ambiti delicati quanto altamente specialistici. La «gloriosa e prestigiosa tradizione che l’Italia ha nel campo dei beni culturali, non solo perché ha un ricchissimo e diffusissimo patrimonio, pervasivamente presente dappertutto, comprendente le aree interne e quelle montane, come può essere sentita dalle persone del terzo millennio, arrivare ai bambini e alle comunità dinamiche? Come possiamo impedire che la tradizione non muti in tradizionalismo e che il nostro Paese non si chiuda in una adorazione delle ceneri?», si chiede Volpe. «La tradizione va innovata per essere viva, invece il nostro Paese tende a voler tornare indietro, ad adagiarsi pensando di essere il più bravo al mondo – e lo è, effettivamente – ma la realtà è molto diversa, è fatta di persone colte, aperte e molto sensibili alla conoscenza di tante e altre esperienze. Chiunque viaggi sa cosa fanno gli altri Paesi nel campo di beni culturali. Siamo visti come un punto di riferimento importante ma ci siamo chiusi e abbiamo fatto in modo che il patrimonio culturale fosse sempre di più sentito come un fastidio, addirittura come un limite anziché il motore dello sviluppo economico, dello scambio e delle occasioni di lavoro qualificato. Il mio sforzo – prosegue Volpe – è quello di insistere sul carattere dinamico del patrimonio culturale: dobbiamo adattare la nuova concezione di patrimonio agli strumenti normativi e organizzativi perché credo che l’elemento fondamentale sia l’inclusione, il coinvolgimento, la partecipazione attiva dei cittadini che devono sentirlo come loro».

Magani, chiamato in causa sulle riforme Mibac, riprende il concetto del «conoscere per conservare», topos accademico degli anni Settanta per cui erano necessari la catalogazione e lo studio per dare compiutezza alla tutela e alla conservazione. «La potente riforma di qualche anno fa – ricordata il Soprintendente Magani – è stata animata sostanzialmente da una necessità di bilancio. Le scelte centrali e governative sono vincolate non tanto da questioni di metodo ma dalla concretezza di arginare la spesa. La riforma ha inciso profondamente sul precedente assetto perché ha fatto fuori una serie di uffici– che qualcuno diceva non funzionassero molto bene come le Direzioni Regionali –, ma l’aspetto più mediatico è senz’altro la nascita dei cosiddetti Musei Autonomi con direzioni dedicate e strutture tecnico-amministrative tipiche: i musei erano delle diramazioni delle Soprintendenze, la riforma ha fatto emergere nuove figure, le Soprintendenze stesse hanno cambiato pelle. Competenze molto marcate sono state accorpate. Anche i soprintendenti hanno cambiato abito diventando non tanto dei manager ma direttori del personale che devono far girare gli ingranaggi. Certamente il mondo della tutela, tradizionalmente collegato alla fruizione pubblica che si traduceva nell’esposizione museale come cardine delle Soprintendenze, è venuto meno. Anche le notizie sul mondo della tutela sono diminuite giorno dopo giorno quasi a diventare residuali nel vasto mondo della comunicazione del patrimonio culturale. La vetrina museale immagino aiuti molto la politica, aiuta gli interpreti tecnici che lavorano nei musei». Magani “la tocca piano” parlando anche dei piccoli musei archeologici che sono nati quasi come dei depositi degli scavo ma che solo grazie a dei bravi e volonterosi archeologi sono diventati musei parlanti.

 

 

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Il vento di nuove riforme, la cui direzione è ancora sconosciuta, soffia sul patrimonio culturale italiano, quel che è certo è che il Consiglio Superiore, concluso il suo mandato a giugno 2018, ancora non è stato ricostituito così come i sette comitati tecnico-scientifici. «Non si possono fare dieci riforme in 40 anni: c’è bisogno di stabilità e di un progetto culturale solido, di aggiustamenti progressivi e di monitoraggio, questo è il vero riformismo», sostiene Volpe.

Per Terraroli «la politica nel nostro Paese è latitante, nei beni culturali di conseguenza» e quando la politica è intervenuta come con la riforma Franceschini lo ha fatto peccando di dirigismo carattere ammesso anche dallo stesso Volpe – «scegliendo i figli primogeniti e abbandonando tutti gli altri. Certo, anche con degli esiti positivi come gli esempi di Pompei, della Reggia di Caserta, delle Gallerie dell’Accademia, però di fatto abbiamo dei principi e l’immenso stratificato tessuto di musei piccoli, medi, modesti è diventato di serie B, di serie C e così via. Un problema che la politica ha posto come diktat e che non ha risolto. È difficile pensare a rinunciare ad un indirizzo della nazione perché il patrimonio ha bisogno di indirizzi comuni. E qui viene il problema: non c’è un progetto culturale in questo Paese, né sul patrimonio né sulla formazione perché abbiamo – e lo sappiamo come docenti universitari – subìto delle riforme dove è mancato il rapporto con i territori, un tavolo di confronto. I territori non sono luoghi ameni di paesaggio ma sono fatti da cittadini, da associazioni di cittadini, libere e volontarie, da fondazioni storiche, pubbliche o private, da Soprintendenze, da funzionari, da docenti, da giovani. In questo Paese tutti si riempiono la bocca parlando dei giovani ma nessuno se ne occupa, ed è meraviglioso! Ai giovani diamo un’illusione di formazione che è totalmente, inevitabilmente e tragicamente sganciata della realtà: il compito dell’Università non è di stretta professionalizzazione ma di formazione culturale, metodologica, di visione complessiva del problema. Il compito però deve essere correttamente legato ad un percorso in uscita che porta alla professionalizzazione». Terraroli affonda anche su un altro aspetto nodale del Paese: «facciamo delle carte d’intenti meravigliose e non le applichiamo mai. Siamo dei realizzatori di progettualità che si arrestano sulla carta».

Valdonici evidenzia, da professionista e da docente di Accademia di Belle Arti, due elementi di criticità come la Convenzione di Faro del 2005 non ancora ratificata dall’Italia e il protocollo del 19 marzo 2015 del CUN – Consiglio Universitario Nazionale, sottolineando quanto l’implementazione degli accordi, anche più circoscritti, sia spesso – eufemisticamente – complessa.

Brugnoli fornisce al dibattito la voce della ricerca sui beni culturali svolta al di fuori delle istituzioni perché «la ricerca non è un campo riservato e la tutela non può risolversi esclusivamente nell’attività del Ministero»: senza una conoscenza diffusa e una ricerca locale non può esserci pieno possesso del territorio. Attraverso una ricca quanto bizzarra carrellata di esempi estratti da norme e regolamenti, Brugnoli ha inquadrato la selva intricata dei “diritti di riserva” e la persistenza di certe limitazioni alla riproduzione fotografica delle legature o delle carte sciolte: «Che cos’è che non è legato o non è sciolto)». Risate e applausi. Ma le questioni aperte e irrisolte sono ancora troppe.

Giuliano Volpe, Il Bene nostro. Un impegno per il patrimonio culturale, Edipuglia, Bari 2019.

Note

1 Il titolo è una sorta di omaggio al film Il bene mio di Pippo Mezzapesa, un lungometraggio che racconta la storia di Provvidenza, un paese colpito dal terremoto e abbandonato dai suoi cittadini, deportati in una new town. Elia si rifiuta, rimasto solo, allestisce un museo di oggetti di uso quotidiano come occhiali, disegni, giocattoli, e attraverso quel museo i cittadini ritrovano il senso della comunità, il senso del luogo.

2 Il 30 settembre 2016, il deputato Mattia Fantinati presenta alla Camera l’interrogazione a risposta scritta 4-14370: Magani, già dirigente regionale dei Beni culturali in Abruzzo, è rinviato a giudizio con il capo d’imputazione di truffa ai danni dello Stato. L’illecito presunto si sarebbe consumato durante i lavori per la ricostruzione e i restauri nel post terremoto. Di «quali informazioni disponga il Ministro interrogato – chiede Fantinati – sui fatti esposti in premessa e quali siano i suoi orientamenti per quanto di competenza; quali iniziative di competenza intenda intraprendere nei confronti del dottor Magani che, ad avviso dell’interrogante, non garantirebbe i principi di imparzialità, trasparenza e buon andamento della pubblica amministrazione». Lo stato dell’iter risulta, ad oggi, ancora “in corso”. Testo integrale al seguente link:
http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/14370&ramo=C&leg=17.

 

Mercoledì 27 febbraio 2019

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