Approfondimenti

Top Technologies for Cultural Heritage

Lo scorso 15 marzo durante l’edizione 2019 della Milano Digital Week si è tenuta la conferenza Top Technologies for Cultural Heritage organizzata da AerariumChain, l’innovativa Start Up vincitrice nel 2018 del concorso Ideevincenti di Lottomatica, che ha come obiettivo la protezione dei Beni Culturali mobili attraverso la sinergia tra tecnologie 3D e blockchain.

Riccardo Giovanelli, membro della redazione The Journal of Cultural Heritage Crime e del team AerariumChain, ha aperto l’incontro fornendo una panoramica del grave problema dei crimini archeologici. 

Ecco di seguito per i nostri lettori l’estratto dell’intervento introduttivo:

Per prima cosa vorrei spendere due parole sul significato che personalmente attribuisco al tema di questa conferenza.

Il fatto che in occasione della Milano Digital Week sia stato dedicato un momento che leghi tecnologia e patrimonio culturale, lo vedo come sintomo significativo di un cambiamento nella percezione pubblica di questi due mondi, che apparentemente sembrerebbero slegati. Ancora di più, ritengo che metta in chiaro come sia necessaria, oltre che possibile, la declinazione della scienza archeologica secondo le tecnologie più recenti.

Va ricordato innanzitutto che questa relazione non è assolutamente una conquista recente: i primi utilizzi dell’Elaborazione Automatica dei Dati nella ricerca archeologica risale alla metà degli anni ’50, da parte di Jean-Claude Gardin, il fondatore del Centre Mécanographique de Documentation Archéologique del CNRS francese. Fin da allora la ricerca archeologica, che si trova costantemente ad avere a che fare con una grandissima mole di informazioni prevedibili e non, ha sempre cercato di stare al passo con le possibilità fornite dalle tecnologie nascenti (pensiamo, ad esempio, al fatto che la CAA nasce all’inizio degli anni ’70 e da allora continua ad organizzare annualmente importanti conferenze internazionali).

Nonostante ciò, ancora nel 2011, ogni ricerca archeologica che coinvolgesse più o meno pesantemente metodologie computerizzate veniva recepita dalla stampa come estremamente innovativa o pionieristica.

È dunque per questa ragione che tengo a sottolineare l’importanza di tale conferenza all’interno della Milano Digital Week: non per sostenere che il binomio tecnologia-patrimonio culturale sia una novità (basterebbe pensare all’utilizzo ormai diffuso di GIS, database complessi, applicazioni 3D, droni e via dicendo di cui parleranno i colleghi), ma per evidenziare il fatto che la percezione dell’archeologia, troppo spesso intesa come romantica esplorazione dai colori ottocenteschi, stia finalmente cambiando da un punto di vista accademico, sociale e, persino, imprenditoriale.

Chiarito questo punto, compreso anche nel titolo del mio intervento, è necessario contestualizzare i termini looting e crimine archeologico.

Looting, letteralmente “saccheggio”, è il termine con cui oggi si designa in particolare il saccheggio illecito ai danni di aree archeologiche; più in generale, richiama un’ampia serie di crimini che vengono commessi ai danni del patrimonio archeologico nel suo complesso.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a un fenomeno che, nonostante abbia acquisito una sempre maggior risonanza attraverso i media soprattutto dal 2011, non è affatto nuovo, anzi, è per certi aspetti tanto antico quanto l’oggetto stesso della ricerca archeologica.

Come molti di voi sapranno, le tombe faraoniche della Valle dei Re erano state collocate in questa zona nascosta e impervia proprio per l’esigenza di nascondere i ricchi corredi che venivano deposti insieme ai re d’Egitto. Le necropoli venivano infatti, già allora, saccheggiate, spesso in momenti di crisi del potere centrale e durante disordini sociali, come raccontano i papiri Mayer di epoca ramesside conservati a Liverpool. Basterebbe citare uno dei pochi corredi faraonici ritrovati parzialmente intatti il 4 Novembre del 1922 da Howard Carter, quello della tomba di Tutankhamon, per dimostrare la portata del fenomeno già in antico e nel corso di tutta la storia.

Questo fenomeno è tuttavia estremamente e tristemente attuale: la guerra in Iraq del 2003, la cosiddetta primavera araba del 2011, le seguenti devastazioni di gran parte del medio oriente da parte delle forze dell’ISIL, hanno, fra le altre terribili cose, generato gravissime conseguenze ai danni del Patrimonio Culturale Mondiale.

Le immagini dei saccheggi del Museo di Baghdad nel 2003, del Museo del Cairo nel 2011, le più recenti devastazione delle antiche città di Apamea, Dura Europos e Palmyra in Siria, di Nimrud e Niniveh in Iraq, per citarne alcune, sono comparse su tutti i media e credo siano note a tutti voi.

Sono senza dubbio casi eclatanti, potremmo dire eccezionali, che ricadono in un contesto ancora più spaventoso di devastazione umana e che non sono perciò considerabili unicamente dal punto di vista della cultura materiale. Tuttavia, il saccheggio delle aree archeologiche, note o meno agli studiosi, è una realtà continua, che si fa più consistente in fasi storiche di crisi sociale alimentando quello che recenti statistiche hanno definito, per volume di denaro movimentato, il terzo traffico illecito dopo quello delle armi e della droga.

Non è, sia chiaro, un fenomeno unicamente medio-orientale, ma coinvolge tutti i paesi che potremmo dire ‘produttori di materia prima’, Italia compresa, che nei secoli ha visto il proprio patrimonio lentamente e inesorabilmente saccheggiato.

Esiste, ed è cosa ben nota, una rete internazionale del crimine organizzato, che facendo leva sul contadino indigente si snoda e ramifica fino ad arrivare a grandi e facoltosi colletti bianchi, coinvolge meccanismi di riciclaggio di denaro e frode, alimenta l’equipaggiamento di terroristi e forze ostili: distrugge, in definitiva, la nostra identità e la nostra storia.

Quali sono quindi oggi le tecnologie che si stanno sperimentando e applicando per comprendere e controllare questo fenomeno, per fermare l’emorragia di beni culturali e per tentare di contrastare quello che a tutti gli effetti deve essere definito un crimine contro tutti noi, la nostra storia e, quindi, il nostro futuro?”

Il racconto dell’applicazione sinergica di informatica, nuove tecnologie e Patrimonio Culturale si è poi dipanato attraverso esempi pratici e teorici: Davide Basile ha mostrato la tecnologia dei droni applicata alla ricerca archeologica in generale, mentre Paola Melo e Debora Lo Conte hanno presentato il progetto Vedere l’invisibile, la cui ricostruzione virtuale in 3D della Villa Reale di Monza apre interessanti prospettive di valorizzazione e conservazione. Fabiano Panzironi di Apice ha spiegato le problematiche relative al trasporto di opere d’arte e alla sempre maggiore necessità di sfruttare tecnologie come la scansione laser 3D per salvaguardare i beni trasportati dal rischio di furto. Infine, la virtualizzazione dei musei è stata raccontata da Daniele Bursich con il progetto collaborativo fra l’associazione Anemos e il Museo Civico Archeologico di Milano, che rende chiaro come la catalogazione attraverso l’accurata scansione 3D, oltre a rendere possibile una fruizione dei beni più moderna e immersiva, sia una delle chiavi per l’identificazione univoca degli oggetti.

Quasi a riunire tutte queste prospettive, a chiudere la mattinata della conferenza sono intervenuti i fratelli Giorgio e Danilo Rea presentando il progetto di loro ideazione AerariumChain, che permette di identificare univocamente ogni opera, integrando blockchain, scansione 3Dintelligenza artificiale, rendendo possibile la protezione univoca di beni artistici e archeologici, sia pubblici che privati.