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di Filippo Melli

Si è concluso l’ultimo restauro del dipinto La Dama del Pollaiolo al Museo Poldi Pezzoli di Milano. E, come spesso succede in occasione di un attento restauro, il dipinto ha riservato interessanti sorprese.

La Dama dopo il restauro

II restauratori hanno lavorato sul dipinto in presenza del pubblico, che così si è potuto rendere conto dei tanti passaggi che compongono un restauro così complesso e affascinante. L’ultima operazione conservativa risaliva al 1951 e, con il passare del tempo, la superficie aveva subito un evidente ingiallimento, soprattutto a causa della vernice superficiale, richiedendo così un nuovo intervento, per preservare la bellezza e l’integrità dell’opera.

Prima di avviare qualunque fase di restauro, è sempre necessario avviare una campagna di indagini diagnostiche che in questo caso sono state estremamente approfondite, con l’obiettivo di comprendere nel dettaglio lo stato di conservazione, e definire così, in modo scientifico, il tipo di intervento da eseguire.

Con le indagini tecniche oggi disponibili si può stabilire qual è la tecnica con la quale l’opera è stata eseguita, quali i materiali utilizzati, si può datare un’opera e anche arrivare a una più precisa attribuzione circa l’artista che l’ha eseguita.

Tra i risultati completamente nuovi che sono emersi su questo dipinto, è stata l’identificazione sotto il dipinto di un disegno preparatorio preciso del profilo della dama. Si è visto che gioielli sono realizzati con una tecnica miniaturista straordinaria che li fa apparire tridimensionali e con angoli lucenti di splendore metallico. La stessa tecnica adoperata per la veste in velluto, caratterizzata dai riccioli del tessuto realizzati a rilievo, così da conferire una sensazione tattile e scultorea alla superficie pittorica.

Questo tipo di elegantissimo ritratto di giovane donna di profilo è consueto in area fiorentina nel Quattrocento, e generalmente veniva realizzato in occasione del matrimonio. L’attenzione rivolta dal pittore alla resa dei gioielli e delle vesti vuole rendere lo status della giovane e, per via dei simbolismi, anche le sue doti morali

Di questi raffinati ritratti femminili ce ne sono almeno 4 sicuramente attribuibili ai fratelli Pollaiolo, e sono oggi conservati in 4 musei diversi, presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano, la Galleria degli Uffizi di Firenze, la Gemäldegalerie di Berlino e il Metropolitan Museum of Art di New York.

le 4 dame del Pollaiolo, dalla presentazione della mostra del 2015 al Museo Poldi Pezzoli
Una elaborazione grafica con le quattro dame del Pollaiolo, dalla presentazione della mostra del 2015 al Museo Poldi Pezzoli

Ma la domanda è: quale dei due Pollaiolo, Piero o Antonio, li ha realizzati?

Infatti, la discussione su quale dei due fratelli Pollaiolo, attivi a Firenze nella seconda metà del Quattrocento, sia l’autore del dipinto è ancora molto aperta, almeno da quando questo e gli altri 3 ritratti femminili sono noti, cioè più o meno dall’inizio dell’800.

La mostra tenuta 10 anni fa proprio al Poldi Pezzoli, a cura di Aldo Galli e Andrea di Lorenzo, aveva cercato di mettere una parola definitiva nell’attribuzione di queste tavole e di tutto il corpus dei dipinti Pollaiolo, e soprattutto nella divisione di “competenze” tra i due fratelli, partendo prima di tutto dalle fonti precedenti al Vasari, spesso contemporanee ai due artisti, dove Antonio è sempre definito orafo e dove lui si stesso si definisce tale. In seguito sarà anche scultore in bronzo delle due tombe papali vaticane e il soprattutto è il grande disegnatore della coppia.

I due fratelli non lavoravano insieme.

Antonio aveva la sua bottega da orafo in via Vacchereccia e solo saltuariamente, soprattutto in gioventù, era stato anche pittore.

Invece Piero, nei documenti, è sempre chiamato pittore, in maniera assoluta, e aveva casa e studio da un’altra parte, in piazza degli Agli. Per questo motivo “storico”, insieme a un attento confronto stilistico, i due studiosi attribuivano i 4 ritratti muliebri a Piero.

Infatti Aldo Galli, partendo dalle opere sicuramente riferibili a Piero, e cioè le sei Virtù oggi agli Uffizi e la pala con l’Incoronazione della Vergine a San Gimignano, ricostruisce il corpus del pittore tra i due fratelli, e cioè Piero, soprattutto facendo riferimento alla sua incredibile capacità nella resa di effetti preziosi, nell’imitazione efficacissima dei gioielli, delle stoffe, dei broccati, dei velluti, aiutato da una innovativa tecnica ad olio che lui usa in un’epoca di imperante uso della tempera a Firenze, rendendo ancora più manifesta la sua ammirazione per i fiamminghi.

È dunque evidente che proprio queste qualità, e tecniche esecutive, sono quelle che si ritrovano nei quattro ritratti muliebri e che fanno pesare la bilancia dalla parte di Piero per l’attribuzione.

Ma, come spesso succede per le attribuzioni, le variegate e motivate ragioni portate dagli studiosi a sostegno della loro varie tesi non sono condivise da tutti, e le ipotesi e le proposte continuano a essere ondivaghe, ritornando spesso all’attribuzione a Antonio anche per questi ritratti.

A proposito di Antonio, invece, ritenuto un artista geniale e poliedrico nel modellare sculture in terracotta e bronzo, oreficerie e ricami, qualche anno fa, nel 2013, Art-Test ha avuto l’occasione di studiare tramite approfondite indagini diagnostiche un busto ligneo di fanciulla.

Il busto ligneo attribuito ad Antonio Pollaiolo, con l’indicazione di alcuni dei punti di misura durante la campagna diagnostica eseguita da Art-Test

Il busto è stato attribuito, in base allo stile, proprio ad Antonio del Pollaiolo. 

Le analisi da Art-Test condotte hanno confermato la compatibilità dei materiali utilizzati per il busto con la datazione proposta, confrontando i propri risultati con quelli pubblicati dalla National Gallery dopo il restauro del Martirio di San Sebastiano di Antonio Pollaiolo.

Attraverso una corretta interpretazione dei dati scientifici, Art-Test ha contribuito anche a risolvere il problema della presenza di tracce di zinco considerate inizialmente una ragione sufficiente per dichiarare la scultura non compatibile con l’epoca di produzione dei Pollaiolo.

Dopo un colloquio con i restauratori, per comprende quali protocolli di pulitura e consolidamento del colore fossero stati eseguiti, si è potuto dipanare ogni dubbio sull’origine della presenza di Zinco. Si è infatti verificato che questo era parte della composizione chimica dei materiali utilizzati durante la fasi di pulitura, ed era attribuibile solo a questi.

Tutto lo studio è stato inserito in un’elegante pubblicazione curata dalla famiglia di antiquari torinesi Chiale a cura dello storico Giancarlo Gentilini.

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