L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione.
(Aung San Suu Kyi)
Un’altra tragedia sta affliggendo il Myanmar che, nella mia mente da occidentale, non me ne vogliate, permane come affascinante ed esotica Birmania. Questo nome evoca subito due immagini dense di significato: i templi di Bagan e gli zaffiri blu della regione di Mogok. Era una delle mete che mi ero ripromesso di visitare, ma che, per varie ragioni, non ho ancora avuto modo di raggiungere. Oggi, quella terra, abitata da un popolo mite e ospitale – come riportato da numerose fonti storiche – è messa duramente alla prova da una concatenazione tragica di eventi: guerra civile e disastri naturali che sembrano intrecciarsi in un destino crudele.
Le notizie degli ultimi giorni sono particolarmente allarmanti, soprattutto per via della violenza dell’ennesimo terremoto, di magnitudo elevatissima, che ha colpito il paese. Il bilancio delle vittime continua a salire, i soccorsi sono difficoltosi e i danni, culturali compresi, appaiono incalcolabili.
Il Myanmar si trova in un’area geologica estremamente instabile, dove la placca tettonica indiana incontra quella eurasiatica, soggetta alla pressione dell’arco himalayano orientale. Queste dinamiche, risalenti al Paleocene, circa 65 milioni di anni fa, rendono la regione una delle più esposte al rischio sismico a livello globale. Già anni fa, eminenti studiosi avevano previsto eventi sismici ravvicinati nel tempo, di alta magnitudo e con un ampio raggio di distruzione.
“Colpa della natura matrigna”, direbbe Leopardi. Ma sappiamo bene che, oltre all’imprevedibilità degli eventi naturali, anche le scelte umane incidono: le tecniche costruttive, l’assenza di normative efficaci, e – come in questo caso – una situazione politico-sociale gravemente compromessa. Dopo il colpo di Stato militare del 2021, che ha deposto la leader democratica Aung San Suu Kyi, il Myanmar è ancora oggi lacerato da una guerra civile silenziosa, in cui i diritti umani sono quanto meno vacillanti. In un contesto così instabile, è davvero possibile occuparsi della tutela del patrimonio culturale? È possibile proteggere l’identità culturale, al di là di logiche ideologiche?
Dove risiede, in definitiva, la civiltà di un popolo? Quali sono gli elementi simbolici che la definiscono e la raccontano? Uno di questi è certamente rappresentato dai templi di Bagan, già capitale dell’antico regno birmano e dal 2016 Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Si tratta di un sito archeologico tra i più estesi dell’Asia, con una superficie di oltre 40 chilometri quadrati e più di 3000 templi e pagode buddiste ancora visibili (erano circa 13.000 in origine). Le loro origini risalgono all’XI secolo, per volontà delle dinastie che si susseguirono in oltre due secoli e mezzo.
Purtroppo, le condizioni dei templi al momento restano incerte. Le prime notizie, trapelate attraverso i social, parlano di una distruzione di proporzioni catastrofiche. È dunque urgente, oltre a garantire aiuti umanitari e sanitari, anche internazionali, verificare lo stato di questi luoghi simbolici. Il Myanmar, infatti, non dispone di risorse né strutture adeguate per far fronte a una crisi di tale portata.
Forse, come spesso accade nei momenti più bui, ci si rifugia nella fede. Oppure, parafrasando Aristotele, ci si affida a una razionalità “metafisica”, nel tentativo di agire in una dimensione più elevata. Mogok, l’altopiano che sorge a 1200 metri sul livello del mare, è da oltre 1500 anni sede di miniere da cui si estraggono pietre preziose come giade, rubini, lapislazzuli e i celebri zaffiri blu. L’area è attraversata da corsi d’acqua e punteggiata da cave e accampamenti, in un intreccio continuo di sacro e profano.
Secondo la leggenda, un drago serpentiforme avrebbe deposto qui le sue uova, da cui sarebbero nati i regni di Cina, Bagan e le miniere di Mogok. Non sorprende che sull’altopiano si erga il tempio buddhista a stupa di Kyauktawgyi, meta di pellegrinaggio. Per decenni interdetto agli stranieri, Mogok resta oggi un centro dove l’estrazione e la vendita di pietre avviene in contesti ancora legati a tradizioni locali. Per chi lavora nelle miniere, questa è economia di sussistenza; per l’Occidente, un lusso. Un diverso modo di attribuire valore alle cose, determinato da condizioni culturali e sociali.
Lo zaffiro blu, in particolare, per i birmani ha un significato spirituale profondo. Il termine sanscrito kuruvinda, o sanipriya, richiama Saturno (Śani), uno dei nove pianeti sacri dell’astrologia indiana (navagraha) che influenzano il karma. Ma senza spingermi oltre, rischio di sfociare nella new age, se non peggio nella cialtroneria.
Meglio allora restare su un terreno di sincretismo virtuoso. Del resto, anche nell’Esodo si narra che il trono di Dio fosse lastricato di zaffiri, celesti e puri. Forse è il momento di recuperare, insieme, il rispetto reciproco, senza confini. Una purezza morale e spirituale che sembra, oggi più che mai, necessaria.
Columnist – Cultural Heritage Expert